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Sudan: un’Altra Primavera Sfiorisce nel Sangue

giugno 10, 2019
Appena qualche mese fa, in Sudan migliaia di giovani hanno iniziato a marciare contro il regime di Al Bashir, lo spietato dittatore che ha tenuto in scacco tutto il paese per 20 anni, con genocidi e violenze continui.
Tutti ricordiamo i morti del Darfur, uccisi a migliaia ogni giorno da milizie armate agli ordini del regime, e gli appelli per mettere fine a quella mattanza, dall’ONU a George Clooney, a centinaia di attori e personalità che accusavano quelle spietatezze.
Tutti lo ricordiamo. Tutti ricordiamo il cordoglio verso quelle morti nel Sudan, di cui nessuno capiva e capisce ancora oggi la necessità, e verso quelle persone inermi, disarmate, che venivano stuprate, percosse e uccise. Donne, vecchi, bambini e soprattutto uomini. Ma il mondo civile si era ribellato e faceva pressioni.
Con molta calma e molto tempo dopo, l’ansia omicida si è calmata e Al Bashir, ceduto il Sud Sudan, e seppur condannato dalla corte dell’Aia per genocidio, ha potuto continuare a governare indisturbato, sotto l’ala comprensiva della Cina.
Qualche mese fa la gente di Khartoum, al grido di “Vogliamo più pane”, ha detto basta e, dopo giorni di marce silenziose e pacifiche e di comizi efficaci, e con l’aiuto dei militari che sono sempre i veri padroni del gioco del potere africano, ha abbattuto Al Bashir.
C’è una foto che ha fatto il giro del mondo (e che ripropongo nella nostra copertina) di una ragazza che, nel suo vestito tradizionale, arringa la folla su un’automobile: una donna giovane in un comizio contro un regime significava l’inizio della primavera.
Dopo alcune promesse di libere elezioni e dopo un paio di mesi di trattative tra il potente TMC, Transitional Military Council, e i comitati civici che pressavano per le elezioni, un certo Mohamed Hamdan Dagolo, noto come Hemeti, ha dichiarato che la sua pazienza era terminata: dai primi di giugno ha inviato nella capitale del Sudan le sue Rapid Support Force (RSF), composte da 9.000 assassini, a mietere le prime spighe primaverili dell’ingenua gioventù sudanese. Centinaia sono già i morti, il coprifuoco è all’ordine del giorno in tutte le città, le forze militari di “rapido successo” vagano indisturbate uccidendo chi protesta.
Questo Hemeti non è nuovo a gesta del genere: è chiamato “il macellaio”, è stato protagonista ai tempi del Darfur con le sue truppe chiamate “Men with no mercy”, ha intercettato migranti per conto degli accordi con l’UE (va ricordato) ed è sempre stato l’uomo spietato dello spietato regime.
La conclusione è amara: le primavere in Africa durano sempre meno. È doveroso dire “grazie” e dedicare un ricordo ai giovani eroi della democrazia che hanno perso la vita per questa speranza, ma è anche necessario lanciare un grido di disprezzo contro chi uccide queste primavere e contro chi le dimentica o le ignora, quando dovrebbe ricordarle e sostenerle.
Il mondo cosiddetto civile dovrebbe cominciare a riflettere: se l’Africa non decolla democraticamente sarà un problema per tutto il mondo.