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Lo Ius Soli è un Diritto, Non una Concessione

marzo 25, 2019
Dopo il salvataggio del bus di Crema e le gesta eroiche dei due ragazzini Rami e Adam, si è riaperta inaspettata la questione dello ius soli, il diritto alla cittadinanza di chi nasce sul nostro territorio.
Il nostro MINISTRO non solo ha invocato il ritiro della cittadinanza all’autista senegalese che ha compiuto l’attentato, ma l’ha addirittura promessa, dietro le insistenze di tutti, a Rami il salvatore. Salvo, contemporaneamente, intimargli di candidarsi alle elezioni e vincerle, se ha il desiderio di dispensarla a tutti. Rami, un po’ per modestia, un po’ per la giovane età, aveva infatti affermato che anche i suoi amici e compagni di scuola stranieri avrebbero meritato la cittadinanza italiana.
Se fossimo in un paese normale, un ministro non si sarebbe rivolto in questo modo a un coraggioso ragazzino, né avrebbe parlato di ius soli. Tanto meno, la forza politica che ha governato l’Italia per i passati dieci anni (il Partito Democratico) avrebbe resuscitato ancora il problema dello ius soli come una questione incompiuta che deve essere compiuta.
Il Partito Democratico ha avuto il suo bel tempo per affrontare la questione e risolverla, ma, per non sembrare troppo amico degli stranieri e a dimostrazione che sullo ius soli tutti hanno i loro peccati, a un certo punto l’ha dimenticata.
Ma rivediamo per un attimo i termini del dibattito, schematizzandolo in quattro punti:
Primo: in Europa arrivano pochi migranti rispetto al fabbisogno del continente, identificato in uno stock (chiedo scusa per il termine che uso volutamente perché tecnico) di circa 70-100 milioni di persone nei prossimi trentacinque anni; i numeri sono dettati dalla nostra infertile demografia e della vecchiaia della nostra popolazione. Tutti i documenti ufficiali, infatti, dichiarano come, nella nostra vecchia Europa, ogni anno manchino circa 3 milioni di persone in grado di lavorare.
Secondo: ogni paese europeo ha legislazione in materia di cittadinanza; le leggi sono, più o meno, più semplici delle nostre e, nella maggior parte dei casi, riconoscono lo ius soli.
Terzo: considerato che qualsiasi migrante si muove facilmente in Europa, la norma dovrebbe essere europea, come dovrebbero essere europee tutte le leggi relative all’immigrazione: l’arrivo e il movimento di persone non europee sono fenomeni non dei singoli paesi ma di tutti (salvo quelli che ci speculano per fatti elettorali, come, guarda caso, l’Italia).
Quarto: tutti i paesi europei stanno facendo un uso elettoralistico pro o contro, usando questa manciata di migliaia di persone che scappano dal loro paese e arrivano da noi perché in patria vivono male o non vivono. E noi ne abbiamo bisogno.
In conclusione: stando così le cose e tolto il velo dell’ipocrisia elettorale, il problema dello ius soli non si pone: è ovvio che se il contratto tra Europa e migranti è basato sulla necessità di averli, di obbligarli a riconoscere le nostre regole comportamentali e infine di accoglierli, il meno che si possa fare per sostenere e migliorare il processo di integrazione è concedere ad adulti e bambini (dopo un po’ di anni) la cittadinanza e, soprattutto, accettare immediatamente il riconoscimento della stessa a chi qui nasce.
Integrazione è la parola magica e la condizione sine qua non che permetterà di mescolare le etnie e immettere un po’ di fertilità e prosperità nella nostra società.
Che si diventi tutti meticci (nel senso più stretto della definizione antropologica) non è una previsione, ma una certezza, considerato che a fine secolo sul pianeta vivranno quattro africani, quattro asiatici, un sudamericano e un “occidentale”.
Sono i numeri che lo affermano, di certo non io.
Quindi meglio iniziare subito a organizzarsi, prima che sia tardi. Senza dirlo al MINISTRO però!