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L’ECONOMIST “CI COPIA”: IL FUTURO AFRICANO NON È ROSEO.

maggio 22, 2018
La prima domanda che mi sono posto leggendo l’articolo “Don’t expect miracles” sull’ultimo numero di The Economist, è stata: “Hanno letto mio libro e mi hanno copiato?”. Credo di no, ma spero di sì.
Alcune tesi sono similari: nell’articolo, The Economist cita velocemente le bizzarrie del continente africano, che basa il volano economico sulle proprie materie prime e il lavoro della gente sull’agricoltura, quando le prime sono soggette all’andamento mondiale della domanda, e le seconde pure. Quando la richiesta è alta, tutto va benino. Ma quando le richieste girano al ribasso, la povertà regna sovrana.
Ma indica tre rischi maggiori che incombono:
  • Le finanze pubbliche: gli stati africani hanno iniziato a indebitarsi sempre di più. Il livello medio di debito pubblico è salito dal 30% nel 2012 al 53 % l’anno scorso. I soldi dovrebbero servire per lo sviluppo infrastrutturale, ma si teme che una gran parte finisca nelle tasche di pochi.
  • L’economia mondiale: le nuove guerre commerciali iniziate da Trump possono mettere in ginocchio l’Africa sulle materie prime in quasi tutti i paesi. E per di più, il tutto un po’ a caso…
  • I calcoli della crescita: tutti i paesi – eccetto quelli che hanno avuto elezioni e quindi che si sono bloccati nello sviluppo – annunciano alti tassi di crescita sull’anno o sul mese prima. “Ma i dati sono spesso “truccati”” denuncia The Economist: “l’economia sembra crescere, ma non si traduce in posti di lavoro”. E, aggiungo io, l’Africa non è ancora entrata nel loop della robotica e dell’intelligenza artificiale, che aumenta la produttività ma annulla e non ricrea i posti di lavoro.
L’articolo conclude ricordando che la povertà si è ridotta, passando dal 57% del 2002 al 42% dello scorso anno, che educazione e salute sono migliorate, che la crescita futura sarà, secondo l’FMI, del 4%… ma che la crescita demografica, l’unica sicura in Africa, sarà enorme e il reddito pro-capite, quindi, crescerà pressappoco dell’1% all’anno.

Questo disegna un’Africa, recita The Economist, più simile all’Italia che alla Cina. Quindi, sempre secondo l’articolo, meglio mettersi a pregare.
La testata non è certamente simpatica con l’Italia e l’articolo un po’ tirato lì; tuttavia, non si può non condividere la tesi.
Purtroppo.